08
Ott
2018

, Un sogno arrivato “Fino a qui”

Il chitarrista materano Antonio Marcucci, da anni nei Tiromancino, nell’ultimo disco della band firma con Zampaglione anche la produzione artistica: una mano creativa decisa e consapevole che ha trasformato un’ambizione in professione.

 

Il 28 settembre è uscito “Fino a qui”, il nuovo disco dei Tiromancino. Federico Zampaglione, che – insieme alla band composta dai materani Antonio Marcucci (chitarra), Francesco Stoia (basso) e Marco Pisanelli (batteria) – sembra aver ritrovato la giusta ispirazione per non far mancare al pop italiano il suo stile inconfondibile, ha scelto di reinterpretare i suoi brani più significativi, aggiungendone quattro nuovi, insieme ad amici e colleghi del calibro di Jovanotti, Alessandra Amoroso, Tiziano Ferro, Biagio Antonacci, Giuliano Sangiorgi, Elisa e Mannarino, Calcutta, Alborosie, Luca Carboni, The Giornalisti, Fabri Fibra e Lily Z.

L’album – subito schizzato in vetta alle classifiche italiane – è di fatto lo spartiacque di una carriera, un punto di arrivo e di nuova partenza al contempo. E non solo per Zampaglione ma anche per Marcucci (nella foto insieme, da sinistra, a Giuliano Sangiorgi, Zampaglione e Simone Asilo) che, oltre ad essere impegnato come musicista, spicca anche come produttore artistico proprio insieme a lui.

Un salto di qualità non indifferente, che premia una “gavetta” musicale condivisa sempre coi suoi compagni di band, con cui ha militato in svariate formazioni metal, poi ne LeMani e ora negli Uno Non Basta, e che gli spalanca le porte di una promettente carriera al di qua dei controlli.

Reinventare pezzi più che noti attualizzandoli, dargli un’impronta omogenea, governare talenti e personalità artistiche spiccate e diverse tra loro non era cosa affatto semplice, ma il risultato è naturalmente convincente.

D’altronde, conoscendo Zampaglione e la sua meticolosità, se non si fosse fidato non avrebbe mai messo un disco così cruciale anche nelle mani di un altro, oltre che nelle proprie. Non a caso Antonio, nel corso di una chiacchierata amichevole spiega che “conquistare la fiducia di Federico non è stato semplice, ci sono voluti quasi sette anni” fino a quando lo scorso anno gli ha chiesto di seguirlo in studio per sviluppare un paio di idee nuove, dalle quali sono emersi il suo spiccato senso critico e le sue capacità di arrangiatore, messe a punto nei lavori delle sue band precedenti.

“Fino a qui” è nato così.

“E’ stata una responsabilità enorme che ho accettato volentieri – confida Antonio Marcucci  – una sfida importante con me stesso e con gli altri e non affatto semplice. Ci sono state divergenze anche importanti con Federico  – aggiunge – ma che abbiamo sempre saputo superare col buon senso, per giungere poi a momenti di estrema soddisfazione, quando abbiamo iniziato a percepire che quello che stavamo facendo era giusto e ci piaceva. E’ stata un’esperienza grandiosa che mi ha fatto crescere tanto: solo guardando l’approccio al canto dei singoli artisti, il modo di interpretare una canzone non loro,  di registrare la propria voce, di capire perché preferivano una take a un’altra, è stato qualcosa che mi ha arricchito incredibilmente. Ho capito che per quanto possa trattarsi di artisti molto diversi, alla fine convergono tutti a una soluzione estremamente efficace. In pratica ho avuto la possibilità di carpire una piccola parte dei loro segreti e ne farò tesoro per sempre”.

Dopo questa esperienza, Antonio Marcucci è entrato in pianta stabile al Ghs studio recording di Simone Asilo, il fonico che ha registrato l’intero disco dei Tiromancino, a Roma. L’intento è quello di creare un team di produzione professionale e continuativa. E la chitarra? I palchi?

“La chitarra, i palchi non li lascerò mai, nasco musicista e non potrei mai fare a meno di quella dimensione. Mi auguro, però, di continuare a lavorare anche come produttore artistico. Sento di poter fare tanto in quest’ambito, è l’ambiente in cui mi sento più a mio agio, forse più di stare su un palco a suonare. È una dimensione più intima dove c’è tempo per riflettere e per sperimentare, per osare e poi magari tornare indietro. Questa libertà di azione – conclude Antonio – genera in me uno stato d’animo di tranquillità che mi permette di dare il meglio”.

E che il meglio sia.

 



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